Pillole di SpiritualiTà
Nostro Signore si occupa di ciascuna anima con tanto amore, quasi fosse la sola ad esistere. (Santa Teresa di Gesù Bambino)
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Un’esperienza personale per raccontare lo sguardo femminile sull’università, tra ricerca, insegnamento e cura
di Elisabetta
Sono Elisabetta, mamma di due bambini e professoressa universitaria. Quando mi è stato proposto di scrivere questo articolo, la prima reazione dentro di me è stata: “E da dove comincio?”. Negli anni purtroppo mi sono un po’ disabituata dal comporre testi di questo tipo, a vantaggio di pubblicazioni scientifiche. Così, probabilmente per deformazione professionale, mi sono detta di partire dai numeri.
Qual è la situazione delle donne nell’Università? I dati del bilancio di genere del Ministero dell’Università e della Ricerca ci dicono che le donne costituiscono complessivamente il 41,6% di docenti e ricercatori universitari, ma salendo nella gerarchia accademica, si osserva un forte declino della percentuale di donne: esse, infatti, rappresentano il 49% dei ricercatori precari, il 42% dei professori associati e il 27% dei professori ordinari. Da dove nasce questo divario? Sicuramente non da una minore formazione iniziale, visto che le donne rappresentano una quota rilevante degli studenti universitari, spesso con ottimi risultati. Andando ad approfondire i dati sulla presenza delle donne nell’Università, emerge che una porzione molto significativa delle accademiche italiane non ha figli. Tra le docenti con figli nella fascia tra 0 e 14 anni, molte dichiarano difficoltà di conciliazione tra famiglia e lavoro. La maternità potrebbe essere quindi una delle ragioni che incidono sul divario di genere nella carriera universitaria.
Ma cosa dice la mia esperienza personale? Sono diventata entrambe le volte mamma quando ancora ero ricercatrice precaria e guardando al mio percorso, effettivamente non escludo che questo abbia allungato i tempi del mio precariato. Ma se guardo più in profondità, mi accorgo che la verità è ben altra: la maternità non è stata un ostacolo, bensì la forza che mi ha permesso di restare.
È stata infatti proprio la maternità a permettermi di raggiungere l’obiettivo che mi ero prefissata quando ho intrapreso questa strada. I miei figli sono stati la motivazione più forte per non mollare: nei momenti più incerti del precariato, mi sono detta di tenere duro, pensando che un giorno avrei voluto testimoniare loro con il mio esempio che l’impegno porta frutto, anche quando i risultati tardano ad arrivare.
Oggi che sono docente universitaria, i miei figli mi aiutano a vivere la ricerca e soprattutto l'insegnamento con un coinvolgimento maggiore, percependone ancora di più la responsabilità sociale ed etica. Quotidianamente mi impegno ad essere per i miei studenti la docente che vorrei per i miei figli e ogni volta che uno studente mi dice che sono riuscita a trasmettergli la passione per le materie che insegno, il mio cuore si riempie di gratitudine.
Ma la responsabilità che sento nei confronti dei miei studenti non riguarda solo i contenuti da trasmettere. L’essere madre mi ha aiutata a capire che l’insegnamento non è mai solo trasmissione di nozioni, ma relazione, accompagnamento, responsabilità verso l’altro. Insegnare significa prima di tutto custodire: il talento, le domande, i dubbi e talvolta le fragilità di chi ci è affidato.
Anche in ambito universitario, sempre più spesso ci troviamo di fronte a studenti con fragilità, che hanno necessità di essere ascoltati e accolti nei loro bisogni. L’essere mamma ha sicuramente contribuito a far crescere la mia sensibilità all’insegnamento come atto di cura.
Ovviamente, questa attitudine alla cura non è “solo delle madri” e non è “solo delle donne”. Eppure, credo che nella femminilità ci sia spesso una particolare disponibilità a far spazio all’altro, a leggere ciò che non viene detto e a tenere insieme rigore e umanità. Per me, essere donna nell’università significa tener presente che la competenza non basta: è la relazione a rendere fecondo il sapere.
La vita di chi insegna all’università non è solo didattica, ma anche ricerca. Svolgo ricerca in ambito biomedicale, per cui l’idea che un risultato positivo possa avere ricadute sulla salute di pazienti è già di per sé uno stimolo fortissimo a dare il massimo ogni giorno. L’essere madre, poi, fa il resto.
I bambini, con la loro inesauribile curiosità e fantasia, sono a mio giudizio i ricercatori perfetti! Così, ogni volta che i miei figli mi ascoltano parlare del mio lavoro e mi guardano con occhi soddisfatti e pieni di meraviglia, mi confermano quanto è bello ciò di cui mi occupo e mi ricordano cos'è davvero la ricerca: uno sguardo ostinato e meravigliato sul mondo.
Come si chiude questo cerchio? Sono certa che i miei figli siano in assoluto il dono più grande che Dio mi ha fatto. Se in loro ho trovato la motivazione per andare avanti nel mio percorso lavorativo, allora riconosco che anche attraverso di loro il Signore ha sostenuto il mio cammino.
A Lui affido ogni giorno il mio lavoro, perché possa diventare un piccolo spazio di bene, per i miei figli e per i miei studenti.
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